Egregio Signor Presidente della Repubblica,
non capita spesso di sentirsi fieri di vivere in questo Stato. La retorica e l'ipocrisia di una classe politica ormai invecchiata secondo culture e modi di fare che non appartengono alle nuove generazioni fanno sì che le vicende politiche siano vissute passivamente da noi “giovani”, che passano dall'indifferenza a un senso diffuso di impotenza. Ed è per questo che quando accade qualche piccolo fatto che fa sperare in un cambiamento, si accendono improvvisamente in noi speranze che infinite docce fredde hanno tenuto ibernate per anni.
Ci riferiamo al suo operato Signor Presidente e in particolare alla visita presso la massima autorità religiosa cattolica avvenuta nello Stato del Vaticano. E' un conforto al cuore vedere, forse per la prima volta nella nostra vita, un Presidente della Repubblica che rimarca con parole e atteggiamenti, piccoli ma concreti, l'indipendenza e la non subalternità del potere politico verso l'autorità religiosa. Abbiamo molto apprezzato che lei non si sia prostrato davanti ad un'autorità religiosa in cui molti dei cittadini italiani non si riconoscono, perché laici e atei, oppure appartenenti ad altre minoranze religiose. Abbiamo apprezzato che la sua gentile signora si sia presentata davanti a tale autorità affermando la piena dignità di essere donna e cittadina e non simbolo del peccato che va coperto con veli appartenenti a ideologie dei secoli andati. Abbiamo avuto un sincero brivido, signor Presidente, quando lei, con estrema educazione e civiltà, ha affermato il principio che si dialoga con ogni soggetto, ma che le scelte fondamentali spettano allo Stato. Alla nostra Repubblica. In un periodo di strisciante integralismo religioso, di interferenze subdole quanto inaccettabili, di evidente disparità di trattamento tra cittadini italiani, il suo è stato un segnale importante. Un segnale che ci ha emozionato. E certo siamo consapevoli che non dovrebbe esserci alcunché di emozionante nel normale comportamento laico di una figura istituzionale come quella che lei rappresenta.
Lei ha avuto coraggio, Signor Presidente. E con lei la sua consorte. Perché avete fatto nel quotidiano un gesto di rottura, rispetto a regole e prassi di cui questo paese è imbrigliato e soffocato da troppo tempo. Affermando la piena dignità e l'eguale status di un presidente e di una donna davanti al Pontefice. Che bellezza signor Presidente: grazie. E' questo l'esempio da dare a tutti coloro che ormai vivono passivamente regole imposte da altri, regole non più accettate, ma subite; non condivise, ma sopportate. Ed è questo atto di coraggio nel cambiare che abbiamo apprezzato: un coraggio che vediamo difettare in gran parte della classe politica, impegnata a spendersi in messaggi pubblici di cambiamento, ma che alla prova dei fatti si rivela interessata solo alla propria conservazione.
E allora Presidente ci consenta di incitarla ad andare avanti in questa dimostrazione di coraggio. Presidente, si ricordi nei suoi discorsi, magari al Parlamento o alla nazione a fine d'anno, dei milioni di cittadini gay, lesbiche e transgender che vivono con infiniti problemi la loro natura, oggetto di attacchi quotidiani per il loro stato, sia dalla società che non li accetta, sia da esponenti delle varie religioni che vedono in loro la rovina della società, sia infine dai media, anche quelli pubblici, che non fanno altro che amplificare la posizione di chi ha fatto del razzismo omofobo, specialmente di certa classe politica, la propria bandiera.
Non le sarà sfuggito che proprio il Time ha dedicato quest'anno un intero numero alla decadenza del sistema Italia. Decadenza di idee e mancanza di innovazione fanno sì che migliaia di giovani laureati scelgano l'estero per poter vivere serenamente la loro vita, senza che la politica e lo Stato discriminino e diano giudizi che spettano eventualmente e unicamente ad esponenti religiosi. Dal piccolo della nostra esperienza le potremmo raccontare di quanti amici gay o lesbiche abbiano scelto di vivere in altri paesi perché non sopportano più il clima di intolleranza di questo paese. Non ci sono solo i geni a scappare: anche i semplici cittadini che potrebbero semplicemente continuare a vivere nel loro paese, ma che preferiscono scappare, perché il loro paese – diciamolo signor Presidente – li rifiuta.
Perché vede, Signor Presidente, molto spesso in Italia chi appartiene alla religione cattolica è libero di seguire il dettato imposto dalle relative autorità religiose, ma ai cittadini che non appartengono a quella religione è impedito con ogni mezzo di fare scelte diverse da quelle riconosciute dall'autorità ecclesiale. E' questa vera libertà di scelta in uno Stato che si definisce laico e sovrano? La libertà di scelta presuppone la possibilità appunto di scegliere tra una cosa e il suo contrario o la sua negazione. Ma esiste una vera libertà di scelta in molti aspetti della nostra vita di cittadini?
Per finire Signor Presidente desideriamo porre alla sua attenzione l'assoluta assenza di qualsiasi tutela giuridica economica e sociale per le centinaia di migliaia di coppie omosessuali, che convivono senza possibilità di accedere ad alcun istituto giuridico che le tuteli in quanto tali, in quanto soggetti che contribuiscono al tessuto sociale del nostro paese. La classe politica italiana non ha coraggio di spendersi in questa battaglia di dignità. Ignorando in questo anche le direttive dell'Unione Europea.
Trovi lei, Signor Presidente, il coraggio di parlarne in pubblico, di richiamare il Parlamento ai suoi doveri di legislatore. Lei ci ha incoraggiato a scriverle questa lettera, Signor Presidente, per questo ci siamo permessi di scriverle. Siamo ben consapevoli di chiederle molto, ma siamo anche consapevoli che è nostro assoluto diritto rivolgerci per i motivi descritti al nostro Presidente della Repubblica.
Con profonda e sincera stima
Alcuni cittadini della Repubblica Italiana:
Giuliano Federico, Milano
Giorgio Lazzarini, Mestre (VE)
Luca Possenti, Roma
Deborah Di Cave, Roma
Nino Nardella, Roma